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Rassegna stampa

La rivoluzione dei tecnoartigiani

MILANO
Quando Giorgio Olivero aveva tra le mani una piccola scheda elettronica non avrebbe mai immaginato di essere parte di un cambiamento culturale. Imparava a programmarla senza aver messo piede in aule universitarie di informatica: per fare in modo che accendesse o spegnesse luci era sufficiente conoscere un linguaggio, il Processing, e avere tanta pazienza nel superare gli inevitabili ostacoli. Quella scheda elettronica disegnata a Ivrea nell’area del distretto industriale generato dalla Olivetti era un microcontroller, Arduino, diventato in pochi anni uno strumento per progetti creativi di installazioni artistiche, allestimenti interattivi nei musei o semplici passatempi per hobbysti. E molte altre cose: non basterebbe una pagina a elencarle. Tanto che di recente Paola Antonelli, senior curator del dipartimento di architettura e design al Museum of modern art (Moma), ha spiegato al New York Times: «Le due più importanti introduzioni per l’arte negli ultimi venti anni sono state Arduino e il Processing». Come a dire che è una sorta di abc delle sperimentazioni. Anzi, in pochi anni è nata attorno ad Arduino una filiera di conoscenze che ha contribuito alla nascita di piccole imprese e all’evoluzione di figure professionali.
A vedere presto opportunità di mercato sono stati gli appassionati di hardware elettronico, all’estero: hanno lanciato start up che hanno abilitato il fai da te (o do it yourself) attraverso kit da vendere agli hobbisti. E fatturano milioni di euro, ad esempio, attraverso gli acquisti di miniaeroplani guidati a distanza dotati della scheda elettronica italiana. È un universo che unisce i neofiti a chi, invece, dell’abilità tecnoartigianale vuole fare una professione.
In Italia sono ancora i primi passi. A novembre verrà aperta a Milano la prima fiera dedicata ai “makers”, come sono chiamati coloro che mettono le mani nell’hardware elettronico e hanno l’abilità di reinventare processi e pratiche consolidate. In passato, gruppi di interaction designer hanno utilizzato il microcontroller per installazioni artistiche durante spettacoli e in alcuni luoghi espositivi, per esempio per gestire suoni e luci. Negli anni, i progetti dei makers hanno conquistato spazio. Quella di Vectorealism, sede a Sesto San Giovanni, è una piattaforma per la stampa tridimensionale: strato dopo strato, fabbrica attraverso incisioni laser piccoli oggetti su diversi supporti. Gli utenti possono inviare attraverso internet i disegni digitali di una loro idea, ad esempio una tazza, e ottengono una riproduzione in formato 3D. Si tratta di una strada seguita anche all’estero da altre imprese ai primi anni di vita come Makerbot, finanziata con 10 milioni di dollari. A conquistare consensi tra gli imprenditori-makers, inoltre, sono le iniziative di ibridazione fra tessuti e hardware elettronico: è il wearable computing, partito da programmi di ricerca universitari e, in seguito, diventato terreno fertile per i tecnoartigiani che nella produzione di abiti interattivi sperimentano l’unione di abilità manuali e la progettazione con i software.
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