Rassegna stampa

Una roccaforte anticrisi

La sua forza sta nel design innovativo e nella lavorazione artigianale. Ma oggi, nonostante le qualità persistano e siano addirittura potenziate, il settore orafo italiano vive un momento di stallo, dovuto in gran parte alla negativa congiuntura economica mondiale che ha colpito soprattutto i settori legati all’export.
Gli anni d’oro del comparto sono stati gli anni Ottanta e Novanta. In un ventennio il numero delle imprese produttrici in Italia è cresciuto del 41,8%, e quello degli addetti del 19,2 per cento; l’incremento, tuttavia, è coinciso con la polverizzazione del settore: la dimensione media delle aziende orafe è scesa – dai già bassi livelli del 1981, pari a 4,8 addetti per impresa – a una stima di 4,1 nel 2002. Al fenomeno non ha però partecipato l’impresa artigianale (+25%).
Nel contesto generale l’oreficeria meridionale brilla poco. Pur disponendo di oltre il 31% delle imprese nazionali, nell’export il Sud raggiunge solo l’11,5 per cento e anche in termini di fatturato è ultimo. Nettamente migliore il valore aggiunto prodotto nel 2001 dalle aziende del Mezzogiorno: con 1.104 milioni rappresenta il 23,9% di quello italiano.

Il futuro, tuttavia, promette bene. Tra i cinque distretti in cui si concentrano oltre i tre quarti del potenziale produttivo del Paese (Vicenza, Arezzo, Valenza Po, Milano e Napoli), proprio il polo campano ha fatto registrare gli sviluppi maggiori nell’ultimo ventennio: triplicate le aziende e raddoppiati gli addetti, con il risultato di abbassare la dimensione media a poco più di due addetti. E parte di questo successo lo si deve al Tarì, la cittadella orafa di Marcianise, giunta al settimo anno di attività.

Nato per esigenze di spazi e sicurezza in anni storicamente molto positivi per l’oreficeria, il Consorzio del Tarì è presto diventato per le aziende un’opportunità di crescita, basata soprattutto sulla capacità di attrarre clientela: dapprima solo regionale, poi allargata a un bacino comprendente tutto il Centro-Sud Italia.
Concepito e voluto dal cavaliere del lavoro Gianni Carità, imprenditore orafo, il Tarì conta oggi 350 aziende e 2.500 addetti, per un fatturato consolidato di 750 milioni l’anno. A differenza del resto d’Italia, le esportazioni della cittadella orafa sono in continua crescita e oggi rappresentano il 30% circa della produzione totale, superando per alcune aziende anche il 90 per cento. Il vero punto di forza di questa realtà è però un altro: le due edizioni annuali della fiera di settore, in maggio e ottobre, che nel complesso attirano oltre 350 mila operatori annui.
Dalla prima edizione del 1997 si sono svolte 15 edizioni della kermesse orafa: oggi, il Tarì è la terza fiera italiana del settore per importanza dopo Vicenza e Arezzo. L’esigenza crescente di spazi, i consensi riscontrati e le nuove opportunità che si sono presentate di volta in volta fanno sì che oggi il padiglione fieristico vada ripensato, con una nuova struttura fissa meglio rispondente alle nuove esigenze.
Il Tarì, in fondo, non è mai stato e non è un soggetto deputato puramente alla gestione dei servizi consortili. Si tratta piuttosto di un’azienda, esaltata da un quadro organizzativo che va dalla gestione diretta e controllata di tutti i servizi erogati (sicurezza, manutenzione, ristorazione e comunicazione) al dinamismo della sua Fondazione. Un’istituzione che si occupa di formazione, con corsi tecnici di design, per orafi, gioiellieri, orologiai e incastonatori, corsi di management, amministrazione, finanza e controllo, informatica, web marketing e gestione di portali.

Carta d’identità
I numeri del Consorzio Tarì
1997. L’anno di fondazione del Consorzio Tarì.

2.500. Gli addetti del Consorzio.
350. Il numero di aziende che aderiscono.

2. Le fiere organizzate annualmente dal Tarì.
350mila. Gli operatori che partecipano mediamente alle due fiere annuali.

750milioni. Il fatturato del consorzio.

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